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Le lapidi delle inondazioni

Le lapidi delle inondazioni

Huc Tiber ascendit”, fino a qui è cresciuto il Tevere: passeggiando nelle zone più basse della città, a volte seminascoste sui muri delle chiese, nei cortili dei palazzi patrizi e negli angoli delle strade del centro storico, si possono osservare qua e là antiche lapidi e targhe marmoree, testimonianza del passaggio impetuoso delle acque. La storia di Roma è del resto sempre stata intimamente legata alle vicende del suo fiume, nel bene e nel male. Allagamenti, inondazioni e persino alluvioni catastrofiche si sono succeduti dai tempi più antichi fino all’età moderna: il problema era così sentito che, nel 1875, Garibaldi propose di deviare completamente il Tevere dal centro città ma alla fine prevalse il progetto di Raffaele Canevari e si decise di costruire alti muri di contenimento, i cosiddetti muraglioni, che liberarono Roma dalla costante minaccia di essere inondata. 

Stando a documenti, incisioni e fonti storiche, fino al 1900 a ricordo delle piene furono affisse 122 targhe, per la maggior parte conservate. Nelle più elaborate, le acque vengono rappresentate da linee ondulate, mentre una manina stilizzata indica con il dito il livello raggiunto dall’acqua sul muro. La lapide più antica conservata, scritta in caratteri semi-gotici e un tempo murata sulla facciata della chiesa dei Santi Celso e Giuliano all’imbocco di Ponte Sant’Angelo, si trova oggi sotto l’arco dei Banchi, una traversa di via del Banco di Santo Spirito, e ricorda la piena del novembre 1277. È proprio da quest’anno che le piene vengono indicate con dati certi e storicamente riscontrabili. 

Una vera e propria hit parade delle inondazioni più violente è ancora oggi conservata sulla facciata di Santa Maria sopra Minerva, situata in uno dei punti più bassi della città, dove l’acqua raggiungeva altezza più elevate: la lapide più antica qui apposta risale al 1422, seguita da altre datate 1495, 1530, 1598 e 1870. La prima in classifica per i disastri arrecati fu la piena della notte di Natale del 1598, quando la portata del fiume raggiunse i 4.000 m3/s (la portata media del Nilo è di circa 3.000 m3/s) e l’acqua quasi i venti metri di altezza, un record rimasto insuperato. Tali furono i danni che ben 11 lapidi ricordano l’evento, per esempio a via Santa Maria de’ Calderari e sul lungotevere in Sassia. Fu quella piena a danneggiare l’antico pons Aemilius, conosciuto all’epoca con il nome di Ponte Senatorio, già più volte in passato ristrutturato e da quel giorno denominato Ponte Rotto.

Altrettanto violenta fu la piena del 28 dicembre 1870, ricordata da 46 lapidi, per esempio sotto il portico di San Giorgio al Velabro, quando l’acqua superò i 17 metri: fu proprio quest’ultima circostanza a spingere il re Vittorio Emanuele ad adottare rimedi risolutivi. La lapide più recente è nel portico di San Bartolomeo all’Isola, con la scritta “Alluvione del 17 Decem 1937” su una semplice riga orizzontale: i nuovi muraglioni contennero molto bene la corrente e le acque causarono soltanto modesti allagamenti.

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