In questa sezione i tre reporter ci conducono alla scoperta dell’Aventino, uno dei sette colli di Roma, dove le chiese nascondono diaboliche leggende, i giardini profumano di rose e gli innamorati si incontrano all’ombra degli aranci. Qui, attraverso il famoso buco della serratura, anche la Cupola di San Pietro ci sorprende, magicamente incorniciata dalle siepi dei giardini del Priorato dei Cavalieri Di Malta.

A condurci Stefania Perrone, Simone Prezzolini, Tobias Marchetti: tre ragazzi, tre stili di vita e tre modi diversi di vivere Roma.

Il materiale è stato prodotto nell’ambito del Master in “Comunicazione e Cultura del Viaggio” organizzato nel 2013 dal Centro Studi CTS e dalla Società Geografica Italiana, ed è stato gentilmente concesso in uso al Dipartimento Promozione del Turismo e della Moda.

Gli studenti individuati dal coordinamento del Master per questo speciale progetto – Stefania Perrone, Simone Prezzolini, Tobias Marchetti – sono stati impegnati in un’attività laboratoriale “sul campo” nei quartieri Garbatella, Ostiense, Aventino, Terme di Caracalla, Testaccio, Pigneto – San Lorenzo.

AVENTINO whispers: Secret holes di Stefania Perrone


Un tempo, quando uno aveva un segreto da nascondere, andava in un bosco. Faceva un buco in un tronco e sussurrava lì il suo segreto. Poi richiudeva il buco con del fango, così il segreto sarebbe rimasto sigillato per l’eternità.

Dal film 2046 di Wong  Kar Wai

Roseto ComunaleCome nel film del regista coreano, l’Aventino, uno dei sette colli di Roma sembra  contenere diversi segreti.

Passeggiando per le sue strade si ha l’impressione di sentirli bisbigliare alle orecchie, di intravederli dalle fessure e dalle serrature.

Un quartiere storico che si è visto cambiare, adattandosi a  tutte le epoche della città; un luogo che custodisce misteri profondi e che oggi poco si mescola con la contemporaneità subito fuori dai suoi confini.

Sembra un mondo a sè stante, con le sue regole, con i suoi equilibri, col suo profondo silenzio in una città ricca di suoni, di voci, di cantilene.

Su questo colle non si può far altro che camminare piano, quasi per non fare rumore, adattandosi alla soffice atmosfera da cui si è circondati e che talvolta diventa austera.

Con lentezza gli artisti dipingono nel suo roseto, un tempo cimitero ebraico, che conserva la pianta di un candelabro a sei bracci tipico della tradizione. Si sale verso la cima e in una delle sue parti più alte, i suoni delle fontane fanno da colonna sonora agli occhi che si affacciano dal Giardino degli Aranci, un tempo residenza del Papa oggi un angolo di bellezza, dal quale la città ama farsi ammirare.Giardino degli Aranci (3)

Arrivando alla chiesa di Santa Sabina si è rapiti da una luce che filtra attraverso il reticolato delle finestre in alto, dai colonnati e dall’altare posizionato a 3/4  della navata . Le incisioni sulle pareti esterne lasciano immaginare quanti mondi si siano sovrapposti nella storia.

Questa zona dell’Aventino, infatti, era dedicata ai culti pagani e lo testimoniano i resti che sotto le chiese, edificate nei secoli dopo, si mostrano agli occhi più curiosi. L’area della basilica di San Bonifacio e Alessio, Sant’Anselmo e la via di Santa Prisca, infatti, pare fosse un tempo quella in cui sorgevano i templi dedicati a Diana, a Mitra a Iside e altre divinità greche e orientali. Il cristianesimo in questa parte di Roma, in particolare, si è inserito in un substrato di riti arcaici che crea una dimensione quasi sincretica e che contribuisce a donargli un’aria misteriosa.

Buco di San DomenicoSi guarda dagli spioncini, dai buchi nei muri uscendo dalle chiese ed è così che si scopre un albero miracoloso, l’arancio piantato da San Domenico, che non muore mai, ma rinasce anche dopo essersi seccato e continua a dare frutti da sempre.

Roma attraverso un buco della serratura: quello del portone del Palazzo Santa Maria del Priorato, luogo conosciuto e affascinante da cui si percepiscono i labirinti dei giardini del palazzo e la cupola di san Pietro vista da un luogo unico.

E’ questa la piazza dei Cavalieri di Malta, protagonisti di un’altra epoca importante per questo quartiere e che soprattutto dopo le ristrutturazioni settecentesche la trasformarono in uno dei luoghi più importanti per i simboli occulti ed esoterici che sono ben visibili sugli obelischi e nelle scritture, oltre che nelle forme architettoniche.

Si snodano da qui i viali alberati che portano a San Saba, area che occupa quella parte detta del Piccolo Aventino, in cui si rientra in una dimensione più vicina al quotidiano della città, caffè – librerie, negozi, ristoranti tipici fanno da cornice all’atmosfera rarefatta di tutto il colle.

Sant'Alessio

Dinanzi alle Terme di Caracalla, ci si ferma sperando di cogliere quella Roma che Carducci immaginava dormire con le braccia aperte tra il Monte Celio e l’Aventino e col capo poggiato sul Palatino; fino a raggiungere a valle il Circo Massimo e le sponde del Tevere, al Velabro dove  secondo la leggenda Romolo e Remo arrivarono trasportati dalle acque in una cesta e furono trovati e accuditi da una lupa, icona emblematica della città.

Nelle strade più deserte come nelle arterie principali, tutto il quartiere possiede un fascino delicato, dove il passeggio dei pochi turisti non interrompe le commissioni  quotidiane delle suore e dei preti che si muovono tra i vicoli; dove anche negli spazi ampi, gli schiamazzi dei ragazzi appena usciti da scuola diventano sottofondo del clima mistico che si individua in tutto il borgo. Viale Aventino

Proprio come il tema di Wong Kar Wai nel suo film 2046, qui si ha l’impressione non solo di poter sussurrare dei segreti alle fessure e ai buchi ma anche di poterli ascoltare se ci si mette l’orecchio accanto.

Mi ritiro nell'Aventino - Simone Prezzolini


Lascio alle guide turistiche e agli sconfinati volumi storici raccontare quello che è già stato raccontato, spiegare quello che è già stato spiegato, disporre orgogliosamente le grandi vicende del colle Aventino in ordine cronologico dalla fondazione di Roma ai tempi moderni. Compito grato quanto arduo quanto lungo, felice di evitarmelo. Mi limiterò a descrivere il mio Aventino, cercando di trasmettere le sensazioni di quei piccoli o grandi particolari che mi hanno colpito, esenti da elogi storico-letterari, che in parte appesantiscono e spersonalizzano il visitare i posti, in parte li gonfiano e li esasperano di significato, riuscendo solo a disilludere le aspettative del turista. Invito quindi il lettore ad arrivare, per quanto possibile, a mente sgombra ai piedi del colle, conscio solo che si dovrà fare una bella scarpinata. 

circo massimo

Usciti dalla metro B fermata Circo Massimo ci si trova, neanche a dirlo, alla sinistra del Circo Massimo. Tappa involontariamente obbligatoria per chi come me è attratto dagli spazi aperti, probabile incubo di chi soffre di agorafobia. Il circuito di corse più famoso ed antico della storia è veramente sconfinato, circondato ai 2 lati da pendii erbosi che fungevano da spalti per gli spettatori e che, facendo un calcolo approssimativo in base alla lunghezza ed altezza degli stessi, dovevano poter avere contenuto molte migliaia di persone in più rispetto al più grande stadio di calcio moderno (il Maracanà di Rio, ad oggi capienza di 140.000 posti a sedere ). Alla luce della mia ipotetica e personale scoperta, scendo a valle delle tribune per ammirare lo spettacolo dal “piano terra”, immaginando il clamore che doveva quivi esplodere nei tempi andati e non posso fare a meno di pensare, con una nota di perplessità, come l’utilizzo di questo spazio illustre sia involuto da arena di bighe scalpitanti a comune parchetto per fare footing e giocare a frisbee.

Risalendo sempre dal lato sinistro, mi lascio alle spalle le orde di turisti asiatici che inspiegabilmente fanno le loro fotografie solo se sono sopra i radi piedistalli di marmo, posizionati per “suggerire” la visuale, scaturendo code anche in questa circostanza. Arrivo al monumento dedicato a Mazzini che, come la leggenda vuole, abbassò gli occhi di fronte alla grandezza di Roma vista dall’Aventino. Rivisitando questa storia in chiave personale io abbasso gli occhi vedendo un monumento intitolato ad una delle più acute personalità italiane del recente passato, usato come latrina e posa bottiglie da barboni sbronzi. Approdo finalmente in via di valle Murcia ed il puzzo di fluidi corporei pocanzi appreso viene dolcemente scacciato dal delicato profumo che il vento trasporta dal roseto comunale. Incuriosito, leggo il cartello delle informazioni all’entrata, scoprendo con contenuta meraviglia che il roseto era un vecchio cimitero ebraico.

 Giardino degli aranci

Passeggiando tra le stradine di questo floreale giardino dell’Eden rimango stupito di quante specie di rose esistano al mondo, seppure il roseto ne conti solo una parte, e di come una rosa possa assumere forme così strane e colori così accesi e imprevedibili. Chiedo al giardiniere quali sono le specie più bizzarre, lui mi risponde che fra le più curiose c’è la Rosa Chinensis Virdiflora, dai petali di color verde, la Rosa Chinensis Mutabilis, che cambia colore con il passare dei giorni e la Rosa Foetida, una rosa maleodorante, indicandomi i rispettivi settori. Scopro mio malgrado che tutte e tre le specie non sono fiorite e che il giardiniere o è un burlone o non è giardiniere abbastanza. Raggiungo la parte più alta del roseto, da cui si vede praticamente tutto il parco e noto come la conformazione delle sue stradine disegni una specie di candelabro..  come una Menorah..  È a questo punto che la mia precedente contenuta meraviglia si trasforma in un’epiphany Joyciana appena collego che la forma delle viuzze è connessa alla precedente funzione del posto. Dopo questa illuminazione improvvisa continuo la mia scalata del colle, dando solo un’occhiata sbrigativa alla parte più piccola del roseto, situata dall’altra parte di via di valle Murcia. Salendo ripenso alle lezioni di storia e al lacunoso apologo di Menenio Agrippa e alla sua improbabile metafora del corpo umano che utilizzò per spiegare l’ordinamento sociale romano alla plebe, che ancor più improbabilmente si lasciò convincere a ritornare alle proprie occupazioni per la felicità patrizia. E ancora la mente scorre veloce nei secoli fino al delitto Matteotti e la simbolica secessione dell’Aventino degli anti-fascisti e poi penso e concludo che: non ha mai portato tanto bene ritirarsi nell’Aventino.

 

E nel mio divagare giungo all’ingresso del Giardino degli Aranci, preceduto da una sfilata di segway che stampano sulla faccia di chi li guida un plastico sorriso ebete. La mia attenzione più che dal mascherone-fontana che assomiglia molto alla bocca della verità è catturata da un anziano che, proprio accanto all’arco d’entrata, ha improvvisato una specie di baldacchino dove cuoce e vende caldarroste. Una lieve nostalgia stringe il mio cuore montanaro e gliene compro un sacchetto, anche se sono praticamente carbonizzate da una parte e crude dall’altra.caldarroste

 

 Mi congedo da Marco, che per via delle mie domande da fotoreporter mi prende alla fine per un finanziere o chissà cosa e mi dirigo per il giardino. Il posto è veramente bello anche se le arance “latitano” in questo periodo. Tutto il parco è un brusire di bambini che giocano, di coppiette che amoreggiano e di gente che più o meno si rilassa nell’erbetta soffice. Imboccato il viale principale, ben prima di arrivare alla postazione belvedere, mi appare già in tutto il suo splendore “er cupolone” e man mano che mi avvicino al balconato tutta Roma lentamente si schiude davanti ai miei occhi, dal Gianicolo fino a Trinità dei Monti, e parafrasando il clichè della più banale ovvietà di queste situazioni: è davvero un’emozione unica.

 

interno santa sabinaQuando ormai la vista si abitua alla meraviglia ineffabile della città eterna capisco che è l’ora di andare oltre e ripercorro a ritroso il mio cammino, esco dal giardino e mezzo minuto dopo mi ritrovo all’interno della basilica di Santa Sabina. L’ingresso principale è occupato da un grande portone ligneo scolpito, ma ancora una volta la mia attenzione alternativa è attratta da un foro ovale nel muro antistante la porta, che si affaccia su di un piccolo cortiletto ben curato ma apparentemente “normale”. Fermo così il primo frate che vedo e gli chiedo cosa abbia di così interessante quel cortile da meritarsi il tributo di un buco nella parete pur di essere visto. Gentilmente lui mi risponde che lì si trova l’arancio di S.Domenico, il primo arancio, secondo la tradizione, portato a Roma dal Portogallo nel 1216 da Domenico di Guzman in persona. L’arancio è considerato miracoloso in quanto a distanza di secoli ha continuato a dare frutti attraverso altri alberi rinati sull’originale, una volta seccato. Soddisfatta la mia curiosità ma stupito di non aver visto nessuna indicazione riguardante l’arancio miracoloso, cerco tramite smartphone  altre “indiscrezioni” sulla basilica e sulla zona in generale, contravvenendo alla regola della “mente sgombra”, ed è qui che scovo la perla…

 

L’interno della chiesa è dominato dal bianco del colonnato e dell’altare su cui batte un fascio di luce sfuggito al finestrone semichiuso e dal dorato delle sedie disposte per la messa che lentamente si riempiono per l’imminente funzione. E’ al margine sinistro dopo l’entrata che vedo la mia ricerca nel web materializzarsi: la “lapis diaboli”, la pietra del diavolo.lapis diaboli

 

La leggenda legata a questa reliquia narra che San Domenico, in estasi, pregava prostrato per terra all’ingresso della chiesa; il diavolo, incapace di indurlo al peccato, alquanto seccato, afferrò con i suoi artigli incandescenti un pesante blocco di basalto nero dal tetto della chiesa e glielo scagliò contro con una violenza inaudita; il tutto inutilmente, il blocco cadde sfiorando il santo, il quale non si fece neppure un graffio, nè si distolse dalla sua preghiera. Sulla pietra rimasero incisi i segni delle grinfie del demonio e  si dice che alcuni riescano ancora a percepire Satana che, di tanto in tanto, torna a Santa Sabina, si ferma sulla porta e poi, sconsolato, se ne va.

 

Ironia della sorte, la tentazione (di toccare la pietra) cresce in me in quel luogo di culto e non essendo io di certo San Domenico allungo le dita in direzione dei solchi assecondandola, non senza il timore di posare la mano dove giaceva quella del diavolo; ma rassicurato dalle omelie latine che intanto riecheggiano nel vuoto della basilica, come fossero una protezione ad personam, tocco finalmente la “lapis diaboli”. Niente visioni, niente rivelazioni, niente frustrazioni diaboliche, niente di niente, così mollo il blocco di basalto e me ne esco con un sospiro di sollievo.

 

fila x buco della serratura- sede cavalieri di MaltaLa mia prossima tappa è quindi la sede del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta, successori ed eredi dei cavalieri templari e dell’ordine dei Cavalieri Ospedalieri, snobbando ingiustamente le chiese di S. Alessio e S. Anselmo. Fortunatamente la sede è chiusa e c’è una rassicurante fila di persone che se ne stanno lì con le loro fotocamere frementi, pronte a far fuoco, davanti al portone serrato. Per chi non conosce la ragione di questa cosa insolita, la scena può sembrare comica e surreale e, a dire il vero, lo è ancor di più per chi la ragione già la conosce, ma tutta quella gente è lì per sbirciare dal buco della serratura più famoso del mondo, il buco della serratura che affaccia direttamente sulla cupola di San Pietro, incorniciata da ambo i lati da una fila di siepi. Faccio snellire la fila e sentendomi un po’ idiota mi mimetizzo nel turista “mordi e fuggi” e provo l’ebrezza di questa curiosa esperienza ficcando il mio occhio dentro il buco. Effettivamente neanche a farlo apposta sarebbe uscita fuori una geometria di forme così perfetta!

 

L’ora è tarda, il giorno sta facendo posto alla notte ed io ritorno nel belvedere del giardino degli aranci per godermi senza fretta il tramonto su Roma, pensando che poeti come D’Annunzio e Carducci composero grandi versi stando esattamente dove sto io ora. 

Aventino. Uno dei sette colli su cui venne fondata la città eterna - Tobias Marchetti

 

Tante leggende girano attorno alla provenienza di questo nome.

Una delle quali è la storia riguardante Romolo e Remo. Dal latino “ab avius”. Gli uccelli che Remo avrebbe visto volare, chiamato alla sfida contro Romolo che,  dal Palatino però ne vedette di più e diventò così primo re di Roma. L’altra che Aventino, re d’Alba, fosse stato colpito da un fulmine e  seppellito proprio qui.

Vista da Clivo di Rocca SavellaAll’estremità del monte, che si erge sopra al Lungotevere, giace il Parco degli Aranci. Questo parco, così come lo si può ammirare oggi, fu realizzato nel 1932. Offre un affascinante panorama sulla città di Roma.

Incamminandosi verso il  monte, con sulla sinistra il Circo Massimo, si attraversa Clivo  Publicii, la prima strada lastricata a Roma. Era il 289 a.C. Continua sulla Via di S. Sabina. Su questa strada si estendono varie Chiese, come l’omonima S. Sabina, o la Basilica di Ss. Alessio e Bonifacio. Sono diversi i monumenti monastici presenti in questa zona. Arrivati sino alla fine della strada in Piazza dei Cavalieri di Malta vi si può trovare “l’occhio di Roma. Dalla serratura del Priorato dei Cavalieri di Malta, accostando l’occhio si può vedere in prospettiva la Basilica di San Pietro. E’ un posto quello dell’Aventino, e soprattutto del Giardino degli Aranci, meno conosciuto in confronto al celebre Gianicolo o al famoso Parco del Pincio. Ma è proprio questo, la minor presenza di turisti affamati, di macchinette fotografiche, guide turistiche e paninari kitsch che occupano il centro storico di Roma che rendono questo posto così grazioso e suggestivo. Non solo per questo si differenzia da molti altri luoghi dell’urbe. Il silenzio, la calma che si respira attraversando strade, vicoli e piccoli parchi.Aspetti del genere non li si possono trovare in altri posti. Il traffico è molto limitato, quasi da pensare di stare fuori le mura, in aperta campagna. Infatti chiedendo a qualche timido residente, le argomentazioni sono proprio queste.Cavalieri Malta Occhio di Roma

“Qui sto tranquillo. Non sento il rumore delle macchine il quotidiano della metropoli. C’è tanto spazio verde dove posso far giocare mio figlio, lontano da caos e smog.”

Ma si possono anche scovare persone che nemmeno ci vivono qui, ma che affermano:

“Abito giù a Testaccio io. Ma p’annasse affà na corsetta, o portà a spasso ‘r cane, sto posto è na favola. E si voi fa colpo su ‘na bella ragazzetta, a porti qui, giù de li, al Giardino degli Aranci, artro che Gianicolo. Stai in pace, te godi er panorama su Roma, chi te mannà” dice con un sorriso a trentadue denti.

Proponendolo invece in chiave storica culturale questo quartiere nasce come quartiere popolare nel lontano 456 a. C. Erano Plebei i primi residenti, e vi fu eretto il Tempio di Diana, Dea molto cara alla popolazione laziale. Poi con l’avvenire dell’imperatore Claudio e del successivo Traiano divenne centro di residenza dei Patrizi.

Verso la fine dell’Ottocento non era più un quartiere residenziale, ma bensì monastico ed agricolo. Durante il  Ventennio fascista fu reso di nuovo un centro residenziale. Non vale lo stesso per il rione di San Saba invece. Perché si deve sapere che l’Aventino comprende sia il Rione S. Saba che quello di Ripa. Il primo denominato “Aventino minore”, l’atro “Aventino maggiore”. Sono divisi l’un l’altro da Viale Aventino.

In quello minore , rispetto a quello maggiore, vennero costruite case pubbliche già all’inizio del Novecento.

Via Vincenzo CamucciniStrutturato similmente ma più vissuto in confronto all’Aventino maggiore. Nel quale le uniche attività sono due ristoranti ed qualche albergo.

Quest’altro invece offre diversi esercizi commerciali come pizzerie, alimentari, birrerie, un piccolissimo mercatino spartano che vende il necessario, come carne e verdura. Tutto intorno a una piazza per il ritrovo dei residenti. Vi si possono trovare anche diverse parrocchie e una scuola calcio.

E’ assolutamente consigliabile, per chi ha tempo, o per chi è alla ricerca di una Roma più autentica, di girare ed addentrarsi dentro questo magico colle.

Personaggi illustri e famosi, come l’attore Nino Manfredi hanno vissuto qui.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 2004, una via, non a caso, una delle più belle di tutto il quartiere, fu chiamata con il suo nome. E’ quella che attraversa il Giardino degli Aranci, che porta alla terrazza dal magnifico belvedere. E per i più romantici potrebbe evocare proprio quella Roma che narra e vive Manfredi nelle sue pellicole, quella Roma che oggi sembra non esserci più.