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Il Rinascimento a cielo aperto

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Il Rinascimento a cielo aperto
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Via Giulia e il quartiere dei fiorentini

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“Roma non solo ha bisogno della protezione divina e della forza armata e spirituale, ma anche della bellezza”. A scrivere queste parole è uno dei papi a cui più è legata l’immagine moderna di Roma, Sisto V. Siamo nel 1590: in poco meno di 200 anni, da quando cioè la corte papale torna definitivamente a Roma nel 1420 dopo il periodo avignonese, la popolazione della città passa da circa 20mila a più di 100mila abitanti (nonostante il trauma del Sacco di Roma nel 1527) e Roma ritrova il suo antico ruolo di guida universale.

La Roma del Rinascimento, la Roma di Bramante, di Michelangelo e di Raffaello, è una città che ha riconquistato il primato nell’arte e nell’architettura, una città che cambia volto e “rinasce” giorno dopo giorno, riscrivendo il suo passato medievale, quando il tessuto urbano irregolare e discontinuo era punteggiato da ruderi antichi che spuntavano tra basse casette, torri e fortificazioni merlate. Sale la febbre edilizia, con grandiosi progetti urbanistici e architettonici promossi dai pontefici, cui si affiancano le iniziative di ricchi e potenti privati che restaurano chiese e ingrandiscono o costruiscono ex novo sontuosi palazzi.

Molti interventi traggono spunto dalla necessità di migliorare gli accessi al Vaticano. È il caso di via Giulia, la prima e la più lunga strada di Roma (1 km) a tracciato rettilineo, progettata nel 1508 da Bramante per papa Giulio II. Nel tratto compreso tra il Vaticano e Ponte Sisto – iniziato nel 1473 e intitolato a papa Sisto IV, zio di Giulio II – vengono infatti progettati due assi viari paralleli lungo le sponde del Tevere, via Settimiana (chiamata poi della Lungara) e appunto via Giulia. Mentre la prima continua però a rimanere a lungo poco più che una via di campagna, fiancheggiata da pochi edifici e da ville suburbane, via Giulia taglia un quartiere già densamente popolato.

Nelle intenzioni del pontefice e del suo architetto, la strada avrebbe dovuto ospitare il nuovo centro amministrativo della città, vista anche la vicinanza con altri edifici come la Cancelleria vecchia a Palazzo Sforza Cesarini e la nuova Zecca. Nell’area compresa tra il vicolo del Cefalo e via del Gonfalone, Giulio II e Bramante progettano infatti un nuovo imponente palazzo di Giustizia, con portici e torri ai quattro angoli. L’edificio non viene mai portato a termine ma ne rimane a testimonianza il basamento, con colossali pietre bugnate così sporgenti da costituire una specie di sedili, chiamati dai romani i “sofà di via Giulia”.

Pur rimanendo incompleta, la strada conquista un ruolo di primo piano e molte sono le famiglie nobili che edificano qui i propri palazzi, dai Sacchetti ai Chigi e ai Ricci. Altri se ne aggiungono quando al soglio pontificio sale Leone X: all’estremità nord di via Giulia sorge il quartiere dei fiorentini (di Firenze era il papa, figlio di Lorenzo il Magnifico) e la già numerosa colonia toscana cresce e si potenzia. Si costruiscono splendidi palazzi con eleganti giardini digradanti verso il Tevere, molti dei quali dotati di piccoli moli privati. Anche artisti del calibro di Raffaello e Antonio da Sangallo il Giovane acquistano appezzamenti di terreno in zona.

A Jacopo Sansovino Leone X affida la costruzione della Chiesa di San Giovanni, continuata poi da Antonio da Sangallo il Giovane, Giacomo Della Porta e Carlo Maderno, e celebre anche per le illustri sepolture, tra cui quelle di Carlo Maderno e Francesco Borromini. San Giovanni è la chiesa nazionale della comunità toscana, i cui esponenti rivestono all’epoca ruoli di spicco nella curia, nel mondo delle arti e nelle attività economiche, prima tra tutti quella bancaria. Nel primo venticinquennio del Cinquecento, Roma conta una trentina di banche di proprietà di famiglie fiorentine, tra cui i Gaddi, i Capponi, gli Strozzi.  

Sospesi a causa del Sacco del 1527, i lavori nella zona sono rilanciati dalla famiglia Farnese, che sceglie di edificare qui la sua nuova principesca residenza affacciata verso il mercato di Campo de’ Fiori e la zona commerciale. Voluto dal Cardinale Alessandro Farnese (il futuro papa Paolo III), Palazzo Farnese è uno dei più raffinati palazzi di Roma, iniziato da Antonio da Sangallo il Giovane, continuato da Michelangelo e terminato da Jacopo Barozzi detto il Vignola e da Giacomo Della Porta, cui si deve la facciata posteriore su via Giulia. Il progetto era in origine molto più esteso di quanto vediamo oggi: l’Arco Farnese che scavalca via Giulia avrebbe dovuto, secondo il progetto di Michelangelo, congiungere Palazzo Farnese e i suoi giardini alla Villa Farnesina, sull’altra sponda del Tevere. 

Negli ultimi anni del Cinquecento, l’Ospizio dei Mendicanti, costruito nel 1586 dall’architetto Domenico Fontana per papa Sisto V, segna infine l’estremità meridionale della via. Più che un’arteria commerciale, nei secoli successivi la via è utilizzata per processioni – per esempio quella delle ammantate, le ragazze senza marito che ricevevano una dote dall’università degli orefici di Sant’Eligio – e corse, sfilate di carri carnascialeschi e feste. Con la costruzione dei muraglioni del Tevere a fine Ottocento, la via cambia radicalmente volto: molti palazzi sono demoliti o ridimensionati, e i giardini lungo il fiume diventano un ricordo del passato. L’area di via Giulia conserva però a tutt’oggi il suo fascino e la sua eleganza, e i numerosi palazzi e chiese mantengono ancora splendide decorazioni.

Camminando per via Giulia da ponte Sisto, la prima opera che si incontra è la Fontana del Mascherone, una grossa maschera di epoca romana adattata a fontana nel 1570, dalla cui bocca durante le sfarzose feste volute dai Farnese fuoriusciva talvolta vino. Molti sono gli edifici di culto, per esempio la chiesa di Santa Caterina da Siena, punto di riferimento per la comunità senese che qui viveva; San Biagio degli Armeni, detta anche San Biagio della Pagnotta per i panini benedetti distribuiti ai poveri il 3 febbraio, giorno di San Biagio; Santa Maria dell’Orazione e Morte, sorta intorno al 1538 per dare sepoltura ai “poveri morti”, trovati in campagna o annegati nel Tevere e ricostruita su progetto di Ferdinando Fuga nel 1733-1737. Tra i palazzi, palazzo Falconieri, realizzato nel Cinquecento per la famiglia Ceci e ampliato da Francesco Borromini nel 1650; palazzo Cisterna; palazzo Sacchetti, fatto costruire da Antonio da Sangallo il Giovane, che vi abitò fino all’anno della sua morte nel 1546; il secentesco palazzo Ricci Donarelli, che ha inglobato alcune case a schiera del Quattrocento; il cinquecentesco palazzo Medici Clarelli e la cosiddetta casa di Raffaello
 

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Via Giulia
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Via Giulia, Fontana del Mascherone
Modificato da redazione 

Gelato alla ricotta

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Gelato alla ricotta
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Sapore dolce e delicato, consistenza morbida e colore bianco: la ricotta è l’ingrediente perfetto per accompagnare molte ricette tradizionali romane.

Ne esistono di varie qualità, prodotte con diversi tipi di latte. La ricotta romana DOP è sicuramente unica, dal gusto inconfondibile, ricca di sapore e dalle origini antichissime.

Già Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) faceva riferimento alle norme che, al tempo, regolavano la pastorizia nella Roma repubblicana, dove il latte di pecora era destinato a tre utilizzi: religioso-sacrificale, come bevanda e come base per la produzione di formaggi e latticini, tra cui appunto la ricotta. 

Tra le ricette tradizionali romane, vi consigliamo un dolce di facile realizzazione, goloso e fresco: il gelato alla ricotta.
Più che un gelato, è una specie di semifreddo, preparato con zucchero, uova, ricotta romana freschissima, rum o cognac: una deliziosa esplosione di gusto e un pieno di proteine assicurato!

Ecco la nostra ricetta:

Ingredienti:
•    500 g di ricotta romana freschissima
•    100 g di zucchero semolato
•    5 tuorli
•    rum o cognac

Preparazione:
In una terrina montate i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto bianco e spumoso. Incorporatevi a poco a poco la ricotta passata al setaccio e cinque cucchiai del liquore scelto. Continuate a mescolare delicatamente, fino a quando il composto risulta ben omogeneo.

Foderate uno stampo dai bordi non troppo alti con un foglio di carta oleata, versatevi il composto, livellatelo bene, copritelo con un altro foglio di carta oleata e mettetelo in frigorifero per almeno tre ore. Ritirate lo stampo, sformatelo sul piatto da portata.

I più golosi possono decorare il dessert con frutti di bosco, delle scagliette di cioccolato o aromatizzarlo con qualche goccia di caffè!

Photo credits: Giallo Zafferano Official Website

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Gelato di ricotta ph. Giallo Zafferano
Modificato da redazione 

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