Dal 15 al 22 marzo 2019 – Teatro dell’Opera di Roma

“Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio ben? Euridice!… Oh Dio! Rispondi! lo son pure il tuo fedel! Euridice… Ah! non m’avanza più soccorso, più speranza, né dal mondo, né dal ciel! Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio ben? Ma finisca, e per sempre, colla vita il dolor!”

La travolgente e appassionata opera “Orfeo ed Euridice”, composta da Willibald Gluck, su libretto di Ranieri de’ Calzabigi, andrà in scena sul palco del Teatro dell’Opera, dal 15 al 22 marzo 2019.

Il capolavoro settecentesco, che ruota intorno al mito di Orfeo, verrà rappresentato nella prima versione del 1762, con la nuova, fascinosa messa in scena del vulcanico regista di caratura mondiale Robert Carsen, per la prima volta all’Opera di Roma, in coproduzione con Théâtre des Champs-Elysées, Château de Versailles Spectacles, Canadian Opera Company.

Il direttore d’orchestra sarà il talentuoso Maestro Gianluca Capuano anch’egli per la prima volta sul podio del Costanzi.

L’opera manca dalle scene del Teatro dell’Opera da 50 anni; l’ultima rappresentazione, infatti, risale al 1968 e venne diretta da Ferruccio Scaglia, con le coreografie e la regia di Aurelio Millos e con protagonista il tenore Layos Kozma.

Il lavoro, su soggetto mitologico con cori e danze, aprì la cosiddetta riforma gluckiana che si proponeva di semplificare al massimo l’azione drammatica, superando le astruse trame dell’opera seria italiana con i suoi eccessi vocali, per ripristinare un rapporto più equilibrato tra parola e musica.

Il ruolo di Orfeo, originariamente scritto per contralti castrati, a partire dagli anni ’20 dell’800 e per gran parte del ‘900, fu rappresentato da cantanti donne, contralti tipici o mezzo-soprani. L’impiego di controtenori nella parte di Orfeo, data solo a partire dalla metà del XX secolo. In questo allestimento Orfeo sarà interpretato dal fenomenale controtenore Carlo Vistoli che con la sua abilità canora, si cimenterà in questo complesso, ma stimolante confronto.

Argomento
Orfeo era uno dei personaggi principale del mito greco: eroe, cantore e musico.
Partecipò all’impresa degli Argonauti per la conquista del vello d’oro e, al suo ritorno in Grecia, si innamorò follemente della ninfa, mortale, Euridice, e ne fece la sua sposa, stabilendosi con lei in Tracia. Qui, nella valle del fiume Peneo, un brutto giorno, Euridice, per sottrarsi ad un tentativo di aggressione da parte di Aristeo, altro poeta-cantore, anch’egli figlio (come, secondo alcune fonti, lo stesso Orfeo) di Apollo, si diede alla fuga tra i campi e fu morsa mortalmente da un serpente velenoso.

Atto primo
Un coro di ninfe e pastori si unisce ad Orfeo intorno alla tomba di Euridice e intona un solenne lamento funebre, mentre Orfeo non riesce se non ad invocare il nome di Euridice. Rimasto solo, Orfeo canta la sua disperazione.
Amore appare a questo punto in scena e comunica a Orfeo che gli dèi, impietositi, gli concedono di discendere agli inferi per tentar di riportare la moglie con sé, alla vita, ponendogli, come unica condizione, che lui non le rivolga lo sguardo finché non saranno ritornati in questo mondo. Come forma di incoraggiamento, Amore rappresenta ad Orfeo che la sua sofferenza sarà di breve durata e lo invita intanto a farsi forza. Orfeo decide di affrontare il cimento.

Atto secondo
In un oscuro panorama di caverne rocciose, mostri e spettri dell’al di là rifiutano inizialmente di ammettere Orfeo, in quanto persona vivente, nel mondo degli inferi, invocando contro di lui “le fiere Eumenidi” e “gli urli di Cerbero”, il mostruoso guardiano canino dell’Ade. Quando Orfeo, accompagnandosi con la sua lira, si appella alla pietà delle entità abitatrici degli inferi, definite “furie, larve, ombre sdegnose”, egli viene dapprima interrotto dalle loro orrende grida ma, poi, gradualmente intenerite dalla dolcezza del suo canto, esse gli dischiudono i “neri cardini” delle porte dell’Ade..
La seconda scena si svolge nei Campi Elisi. Orfeo è estasiato dalla bellezza e dalla purezza del luogo, ma non riesce a trovare sollievo nel paesaggio perché Euridice non è ancora con lui ed implora quindi gli spiriti beati di condurgliela, cosa che essi fanno.

Atto terzo
Sulla strada di uscita dall’Ade, Euridice si mostra dapprima entusiasta del suo ritorno alla vita, ma poi non riesce a comprendere l’atteggiamento del marito che rifiuta di abbracciarla ed anche solo di guardarla negli occhi, e, dato che a lui non è permesso rivelarle le condizioni impostegli dagli dei, comincia a rimproverarlo e a dargli del traditore. Visto che Orfeo insiste nel suo atteggiamento di ritrosia e di reticenza, Euridice interpreta ciò come un segno di mancanza d’amore e rifiuta di andare avanti esprimendo la sua angoscia. Incapace di resistere oltre, Orfeo si volta a guardare la moglie e ne provoca così di nuovo la morte. Orfeo canta allora la sua disperazione nell’aria più famosa dell’opera, la struggente “Che farò senza Euridice?”, e decide, al termine, di darsi anch’egli la morte per riunirsi infine con lei nell’Ade.
A questo punto, però, Amore riappare, ferma il braccio dell’eroe e, in premio alla sua fedeltà, ridona, una seconda volta, la vita ad Euridice.
L’ultima scena si svolge in un magnifico tempio destinato ad Amore, dove i protagonisti e il coro cantano le lodi del sentimento amoroso e della fedeltà.

Musica Christoph Willibald Gluck
Opera in tre atti
Libretto di Ranieri de’ Calzabigi

Prima rappresentazione
Vienna, Burgtheater, 5 ottobre 1762

DIRETTORE Gianluca Capuano
REGIA Robert Carsen
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
SCENE E COSTUMI Tobias Hoheisel
LUCI Robert Carsen e Peter Van Praet

PRINCIPALI INTERPRETI
ORFEO Carlo Vistoli
EURIDICE Mariangela Sicilia
AMORE Emoke Barath

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma